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Il funerale della Camorra
Pubblicato da Carta 20 aprile 2010
di Giulio Rubino
GALLERIA FOTOGRAFICA
Sabato 17 aprile, nel centro di Napoli è stato celebrato il funerale della camorra, grazie a un passaparola su facebook.
L’hard-mob è letteralmente una folla «tosta». E’ un insieme di persone che si ritrovano in un luogo e per perseverare uno scopo mettono in scena un azione non ordinaria, il termine è un’evoluzione della definizione «flash-mob». Valerio Molina è il capo-becchino del corteo funebre che ha attraversato Napoli sabato scorso. Nella bara, portata a spalla da sei persone attraverso l’affollata via Toledo, giace il cadavere della camorra, seguito da una folla festante di musicisti, falsi preti, ballerini e vedove allegre. Questa l’idea di base dell’evento, l’hard-mob, a metà strada fra manifestazione e performance, che è stato messo in scena al centro della città, organizzato grazie a un semplice tam tam su facebook e grazie alla collaborazione di tutti i partecipanti.
Napoli non è una città facile da stupire, in parte perché il suo stesso carattere è eclatante, rumoroso, in parte perché è da sempre teatro di eventi che sconvolgono tutta Italia, dalle esecuzioni camorristiche alle emergenze rifiuti, dalle manifestazioni di giubilo a quelle di dolore.
Eppure, di fronte alle circa duecento persone [fonte Ansa] urlanti che bloccavano il tranquillo shopping del sabato pomeriggio al centro della città la folla comprante non ha potuto nascondere un moto di stupore.
Sarà stato il sovvertimento del canone rituale del funerale pubblico, sarà stata la bara bordata di viola, con la sua targa «qui giace la camorra» che veniva sollevata su e giù, quasi lanciata in aria con gioia dai suoi portantini, saranno state tutte quelle persone vestite di scuro che ridevano e mostravano i volantini funebri o il carro, prestato apposta per l’occasione, che pure appariva così fuori contesto con l’atmosfera del corteo, ma tutti si fermavano a guardare e a chiedere : «Chi è il morto?».
È in questo contatto che il valore di un hard-mob viene fuori in tutta la sua potenza, «è morta la camorra signo’!» rispondono i manifestanti, e qui le reazioni erano le più diverse: da chi risponde «bravi!» ridendo, da chi osserva con soddisfazione e magari si unisce anche al corteo, fino agli affiliati agli angoli dei vicoli che mormorano fra i denti e guardano con disprezzo, ai disillusi che provocatoriamente chiedono «ma vi pensate che è morta per davvero?» e al caso, neanche troppo sorprendente, di una signora sconvolta che dice: «Morta la camorra? Ma quella deve dare lavoro ai giovani!».
Se una manifestazione tradizionale viene misurata per il numero di partecipanti, una di questo tipo dovrebbe essere valutata per il numero degli osservatori, proprio come uno spettacolo. In questo senso il funerale della camorra è stato un grande successo, e le reazioni cosi diverse del «pubblico» dovrebbero essere materia di riflessione per chi è interessato a un’altra politica.
Per i giovani presenti in questo corteo, l’occasione di gridare pubblicamente la loro rabbia per come la loro vita sia irrimediabilmente condizionata dalla criminalità organizzata è preziosa: «La camorra è uno degli stakeholder della nostra vita. Non possiamo non pianificare la nostra esistenza senza tenerne conto – dice Valerio – Molti dicono di no, ma credo sia solo ipocrisia. Se la camorra non ci fosse, ci sarebbero più investitori e quindi più posti di lavoro, quindi più benessere. Noi vogliamo restare nella nostra città, ma non con loro. Non sarebbe sostenibile. Mi farebbe piacere far capire a chi abita a Biella, Torino, Reggio Emilia, che il prezzo della frutta è deciso dalla camorra, perfino il prezzo al metro-quadro delle loro villette a schiera non fluttua senza un accordo di stampo camorristico».
Il corteo prosegue lentamente fino a Piazza Plebiscito, dove il carro funebre recupera la bara del «morto» fra i festeggiamenti finali di tutti i presenti. Mentre l’hard-mob comincia a disperdersi già si fanno i conti del successo dell’evento. C’è una gran quantità di fotografi, e la speranza è che gli editori decidano di dar risalto alla cosa. L’informazione, del resto, è uno dei principali nodi della protesta di oggi: «A Napoli c’è una classe di giornalisti da guerra, e una da gregge» è il secco commento di Valerio. «Quella che noi difendiamo ovviamente è la prima, che non riesce a fare il proprio lavoro senza che gli brucino auto o che gli recapitino bossoli a casa. Riguardo la seconda voglio solo raccontare un aneddoto. Lo scorso venerdì santo il presidente della provincia di Napoli Luigi Cesaro ha nominato, come assessore provinciale al bilancio, il suo autista. Questa è la notizia data da julienews.it. Il Mattino e il Denaro ne hanno parlato come di un capo dello staff, laureato in economia, con lunga esperienza politica alle spalle. Questo signore si è laureato on-line in economia mi pare, e ha fatto il consigliere circoscrizionale per sei mesi».
Ciò che più di ogni altra cosa emerge da questa giornata è l’urgenza sentita dai giovani napoletani che di camorra si parli, e che il problema si affronti in modo complessivo. «Credo che i magistrati e la polizia stiano facendo molto per cambiare la situazione, negli ultimi sei mesi hanno portato a termine delle operazioni che hanno richiesto anni ed anni di indagini. Per il resto l’obbiettivo è quello di far parlare ad alta voce di camorra. Pronunciare questa maledetta parola senza la tipica inflessione di tre toni sotto, che contraddistingue tutti. Bisogna essere consapevoli di chi sono, effettuare una seppur piccola pressione nei loro confronti, già soltanto dicendo: guardate siamo qui, e ci auguriamo che presto vi togliate di torno».
Eppure il presidente del consiglio Berlusconi si è più volte lamentato di come la criminalità organizzata sia soggetto di fin troppa letteratura: lo scorso novembre quando aveva detto di voler «strozzare» chi ha fatto le serie della Piovra e chi scrive libri sulla mafia «che non ci fanno fare una bella figura» e anche solo il giorno prima del funerale della camorra, dichiarando che «la mafia italiana è quella più conosciuta» anche per «la letteratura, Gomorra e tutto il resto».
Difficile pensare che l’immagine del nostro Paese valga il silenzio su temi tanto critici, specialmente sapendo che è proprio nel silenzio che le mafie conquistano il loro potere. A danneggiare l’immagine dell’Italia probabilmente concorre molto più l’inconsistenza della sua politica, l’anomalia colossale dei suoi media, il fatto che fra i membri del parlamento vi siano a tutt’oggi personaggi condannati per mafia, piuttosto che il lavoro di denuncia di pochi coraggiosi.
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